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Quando Dio chiama dal piccolo villaggio

C'è un crocifisso piccolo, appoggiato su un tavolo, e dietro c'è l'Africa. Elisabete Costa, missionaria secolare comboniana portoghese, racconta che quel giorno era lì solo per accompagnare un'altra ragazza, stanca delle insistenze di sua madre. "L'ultima volta, l'ultima volta", si diceva. E invece quella visita all'istituto, fatta quasi controvoglia, è diventata il momento in cui tutto è cambiato.

Aveva trent'anni, lavorava nei campi, e pensava di aver già chiuso con quella inquietudine che la accompagnava da tempo. Ma Dio, si sa, ha i suoi tempi e i suoi modi. La chiamata era iniziata molto prima, quando aveva dieci o undici anni e vedeva i suoi fratelli andare alle convivenze dei missionari. "Mi piacevano molto", racconta, e così ha cominciato anche lei a partecipare, a fare ritiri, a sentire crescere dentro di sé qualcosa che non riusciva a definire.

Poi, dopo nove mesi di esperienza, è tornata a casa e ha capito che le mancava quella vita di preghiera, quel convivere. Ma quando ha chiesto di continuare, l'hanno mandata via. "Forse Dio mi aveva chiamata in un altro luogo", pensava allora. E per un periodo ha deciso di non andare più, perché quella situazione le creava una confusione troppo grande, una rivolta interiore che non riusciva a gestire.

Eppure sua madre, che aveva un grande rispetto per le persone consacrate, continuava a insistere perché accompagnasse quella ragazza del villaggio vicino a conoscere l'istituto. "Un mese, un mese intero", dice Elisabete, "mia madre ripeteva: portala, portala, portala". E lei, stanca, ha ceduto. Durante l'incontro, mentre ascoltava le spiegazioni sulle attività e sul volontariato dell'istituto, ha visto quel crocifisso con l'Africa dietro e ha pensato che fosse molto interessante.

Era distratta, certo, ma qualcosa stava accadendo. Tornando a casa, ha riflettuto sulla conversazione e ha capito che quella ragazza probabilmente non voleva davvero entrare nell'istituto. "Ma per me è perfetto", ha pensato. Era il 13 gennaio, non ricorda l'anno esatto, e aveva circa trent'anni. Non ha avuto il coraggio di dirlo subito, ma è tornata sui suoi passi. Ha chiamato e ha detto: "Probabilmente è successo questo, voglio conoscere profondamente l'istituto e vedere se qui è davvero il posto dove devo stare".

Da allora sono passati quattordici anni dai suoi voti, e la gioia più grande, dice, è "sapere che sono di Gesù, per sempre". Perché i voti possono essere temporanei, ma lei non li pensa così. Sono per sempre. Li ha segnati nella sua agenda, il giorno dei suoi voti, perché sono una cosa che porta sempre, sempre con sé.

Oggi Elisabete vive la sua consacrazione nel quotidiano, senza portare nulla che la identifichi come persona consacrata. "Mi piace che non sia necessario dirlo", spiega, e racconta che le persone si avvicinano spontaneamente a lei per parlare, per aprirsi, per chiedere consigli. "Non c'è nulla sul nostro viso che lo dica, ma ciò mi piace molto". Nel suo lavoro cerca di fare tutto con la maggiore perfezione possibile, anche se ammette di non essere molto perfetta e di essere un po' disorganizzata.

Ma quella presenza silenziosa, quel tentativo di essere lievito nel mondo, è il suo modo di vivere la missione. Ed è catechista nella parrocchia, ministra straordinaria della Comunione, accompagna giovani e adulti, e si prende cura di sua madre. "Se non siamo noi a parlare di Gesù, chi parla?", dice con semplicità.

A chi le chiede se consiglierebbe questa vocazione secolare comboniana, Elisabete risponde senza esitazioni: "Se il Signore chiama e veramente si trova nel proprio interiore una felicità maggiore, allora sì. Allora sì".

E tu, hai mai sentito quella voce interiore che ti invita a qualcosa di più grande? Ti sei mai chiesto cosa significherebbe rispondere a quel richiamo, anche quando sembra arrivare nei momenti meno attesi?

Autore
Missionarie Secolari Comboniane

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